news

Non ci sono noci pecan, mandorle, arachidi o pistacchi che tengano: le noci comuni contengono antiossidanti in grado di proteggere cuore e arterie fino a 2 volte di più, e hanno fino a 15 volte più vitamina E degli altri frutti secchi. A sostenerlo è uno studio presentato al 241° National Meeting & Exposition dell'American Chemical Society da un gruppo di ricercatori statunitensi dell'Università di Scranton in Pennsylvania guidati da Joe Vinson. Che spiegano che 7 noci al giorno sarebbe il numero perfetto per ottenere i benefici salutari. Gli studiosi hanno messo in paragone i nutrienti di noci comuni, mandorle, arachidi, pistacchi, nocciole, noci del Brasile, anacardi, noci macadamia e noci pecan, rilevando la superiorità del contenuto delle noci comuni. Tutta la frutta a guscio contiene proteine di alta qualità, vitamine, minerali, fibra alimentare ed è priva di glutine - e quindi tollerata dai soggetti celiaci. Anni di ricerca da parte di scienziati di tutto il mondo hanno messo in evidenza, spiega Vinson, che un consumo regolare di piccole quantità di noci o di burro di arachidi è collegato alla diminuzione del rischio di sviluppare malattie cardiache, alcuni tipi di cancro, calcoli biliari e diabete di tipo 2. Le noci hanno un marcia in più anche perché, a differenza di molti altri tipi di frutta secca che viene consumata tostata - processo che fa diminuire il contenuto di nutrienti disponibile - vengono consumate al naturale: "Le noci sono di rango superiore ad arachidi, mandorle, noci pecan, pistacchi e altra frutta secca - spiega Vinson -. Una manciata di noci contiene quasi il doppio di antiossidanti di un qualsiasi altro frutto secco. Questo studio suggerisce che si dovrebbero mangiare più noci all'interno di una dieta sana". (Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

Leggi

Esperti a confronto su diagnostica e terapia

Napoli, 24 nov. (askanews) – E’ una vera e propria rivoluzione quella annunciata da Michelino De Laurentiis (direttore della UOC Oncologia Medica Senologica del Pascale di Napoli) a margine del convegno “Attualità in senologia: dalla diagnostica alla terapia. Opinion Leader a confronto”, e che riguarda l’immunoterapia per una forma di tumore del seno particolarmente aggressivo (il triplo negativo).

“Finalmente – ha spiegato De Laurentiis – abbiamo trovato il modo di attivare la risposta immunitaria contro il tumore al seno così come già si fa, da qualche anno, con altri tumori. Si concretizza una nuova possibilità di cura per questo sottotipo tumorale particolarmente aggressivo, possibilità che sarà pienamente disponibile per tutti nel giro di 1-2 anni, ma che è già realtà in alcuni centri oncologici ad elevata specializzazione, come il Pascale. Apre, inoltre, un nuovo percorso di ricerca che porterà rapidamente, sono fiducioso, allo sviluppo di tutto un nuovo filone di trattamenti immunoterapici per il tumore al seno”.

Lo studio si chiama “ImPassion 130” ed è stato presentato in seduta plenaria al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo) a Monaco di Baviera. Le pazienti arruolate sono state 902, tutte donne con tumore mammario triplo negativo in fase avanzata e metastatica. De Laurentiis ha chiarito che aggiungere un farmaco immunoterapico alla chemioterapia standard migliora in maniera significativa il tempo di controllo della malattia. In particolare, nel sottogruppo di pazienti con espressione tumorale della molecola PDL-1, per la cui scoperta è stato recentemente attribuito il Premio Nobel per la Medicina, l’Atezolizumab ha prodotto una riduzione del rischio di progressione di malattia del 40%. Nello stesso sottogruppo di pazienti, il trattamento sperimentale ha ridotto del 40% circa anche il rischio di morire per il tumore. Questo risultato, in particolare, appare straordinario, visto che in questo sottotipo tumorale mai si era individuato, in precedenza, un farmaco in grado di influire positivamente sul rischio di morire per il tumore.

Fonte: askanews.it

Leggi

Oms: fumo causa 7 mln decessi l'anno

Roma, 23 nov. (askanews) – La comunità scientifica internazionale è concorde nel ritenere il fumo quale principale fattore di rischio per l’insorgenza di malattie non trasmissibili. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le vittime del fumo sono oltre 7 milioni l’anno (alle quali si aggiungono altri 600mila morti per fumo passivo). Solo nel nostro Paese i dati del Ministero della Salute evidenziano come tra i 70.000 e gli 83.000 decessi ogni anno siano causati dal consumo di sigarette (circa un migliaio per fumo passivo). Tuttavia, nonostante la consapevolezza sui danni da fumo e le sempre più stringenti politiche di prevenzione e controllo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2025 i fumatori saranno ancora oltre 1 miliardo, un numero uguale a quello attuale.

Anche di questo si è discusso al simposio “Fumo e rischio cardiovascolare” tenutosi in occasione del XL Congresso Nazionale della Società Italiana di Angiiologia e Patologia Vascolare (Siapav), nel quale è emerso come una parte sempre più preponderante della comunità medico-scientifica sostenga l’adozione di politiche anti-fumo basate eventualmente anche sul principio della riduzione del danno, ad integrazione delle altre principali strategie volte a ridurre il danno correlato al fumo di sigaretta (prevenzione e dissuasione). Come spiega Guido Arpaia, presidente Siapav e Direttore S.C. di Medicina Interna dell’ASST di Vimercate: “Nel fumatore il rischio vascolare si manifesta in vari modi. In particolare il danno da fumo vede una lenta ma inesorabile crescita della placca aterosclerotica che sebbene priva di sintomi può determinare un evento acuto a carico di organi vitali come cuore, vasi periferici, cervello e reni”. È infatti il fumo, insieme al diabete, la maggiore minaccia alla salute delle arterie e allo sviluppo di Arteriopatie Periferiche a causa di un meccanismo di infiammazione cronica: il rischio è 2.15 volte maggiore rispetto agli ex fumatori[1] con ricadute come riduzione della circolazione periferica anche sintomatica (malattia delle vetrine). “Un dato oltremodo preoccupante”, prosegue Arpaia, “è che anche in caso di procedure interventistiche solo il 36% pazienti smette di fumare nel periodo successivo. Gli operati per malattie vascolari periferiche che subiscono interventi di by-pass o endovascolari che non smettono di fumare sviluppano più complicanze e hanno maggior rischio di mortalità”.

Fonte: askanews.it

Leggi

Il ginecologo: ogni ecografia ostetrica prelievi gratuiti

Roma, 23 ott. – La dolce attesa è emozionate per i futuri mamma e papà ma allo stesso tempo può essere ricca di insidie. Nei nove mesi di gravidanza infatti sono diversi i controlli da fare, tra esami del sangue ed ecografie, per monitorare la salute della donna e del bambino, e non è escluso che per mettere a freno ansie e paure si ecceda. E così, oltre alle visite dal ginecologico, aumentano anche le spese per esami diagnostici ripetuti con cadenza mensile. “Fondazione Altamedica ha stanziato dei fondi per dare la possibilità alle donne in gravidanza di fare alcuni test a titolo gratuito – spiega Claudio Giorlandino, direttore generale dell’Italian college of fetal maternal medicine – tutte le donne che faranno ecografie ostetriche nei centri Altamedica avranno infatti la possibilità di eseguire gratuitamente il prelievo per la ricerca di Toxoplasmosi, Rosolia e Citomegalovirus, con un risparmio di quasi 200 euro. Un’iniziativa volta ad incentivare la prevenzione delle malattie infettive in gravidanza e a salvaguardare la salute del bambino”. Il progetto ‘Eko-Torc’ è stato appena avviato e proseguirà fino all’esaurimento delle risorse disponibili. Le ecografie sono tutte quelle ostetriche, dal primo al terzo trimestre (ad esclusione di ecocardio e di flussimetria), per le quali le cliniche Altamedica offriranno test senza spese per Toxoplasmosi, Rosolia e Citomegalovirus, le tre più importanti malattie infettive in gravidanza. Se dopo aver fatto il prelievo, emergesse qualche problema sulle risposte, il centro è a disposizione per eseguire ulteriori controlli. “Le patologie infettive in gravidanza stanno aumentando in modo significativo e la loro contrazione è tra le cause più frequenti di anomalie fetali – prosegue Giorlandino – Di conseguenza un monitoraggio attento in gravidanza è importantissimo per escludere la trasmissione al feto. Se non si è protetti, i tre esami vanno ripetuti una volta ogni mese, il Citomegalovirus invece non lascia protezione quindi bisogna ripeterlo sempre. E in caso di esito positivo possono essere adottate tempestivamente alcune terapie. La diagnosi precoce può salvare il feto”.

Fonte: askanews.it

Leggi

Arriva l'allenamento Wal: memoria aumentata del 9,2%
Una certa quantità di esercizio aerobico aumenta la quantità e la rigenerazione delle cellule celebrali danneggiate, effetto che si estende anche all’atrofia causata dall’età e che può essere considerata reversibile. La perdita/degenerazione di materia bianca celebrale si verifica infatti con il progredire dell’età e si associa ad un declino progressivo delle funzioni cognitive. Oggi sappiamo che il fitness cardio-respiratorio e l’esercizio sono efficaci e hanno un effetto protettivo nei confronti del cervello e delle funzioni cognitive, con effetti sulla plasticità celebrale nel senso sia di nuove connessioni tra le cellule che di riparazione e creazione di nuovi neuroni. Plasticità e neurogenesi sono correlate alla prevenzione di malattie come demenze e Alzheimer.
Uno studio del National Institute of Aging dell’NIH aveva già nel 2012 confermato questa relazione virtuosa sottolineando come i migliori riscontri si avessero proprio da programmi di camminata con effetti sui lobi frontali e temporali con effetti marcati sulla memoria a breve termine. Nello studio “Aerobic fitness, white matter and aging” sono stati investigati gli effetti dell’esercizio aerobico su 70 soggetti sedentari di età compresa tra 55 e 80 anni. Sono stati quindi misurati i parametri cardiorespiratori e le performance celebrali. I risultati hanno mostrato un aumento della sostanza bianca nelle aree prefrontali, parietale e temporale nel gruppo che aveva camminato mentre non mostrava benefici analoghi in quelli che avevano fatto solo stretching.
“La crescita del numero di anziani è un fenomeno globale, con una stima di aumento del 20% (a partire da oggi) degli over 65 entro il 2030, mentre il numero (di americani) che sviluppano una qualche forma di demenza è destinato a raddoppiare entro lo stesso anno. Identificare i meccanismi sottostanti all’invecchiamento cerebrale è quindi diventata una priorità di salute pubblica” sottolinea la dottoressa Anna Maria Crespi, organizzatrice del Congresso Verso la CreativETA’ in corso ad Assisi e ideatrice del metodo “WAL” (acronimo di Walk and Learn)strumento dolce che associa la camminata all’apprendimento. WAL punta ad agire su più fronti: il movimento migliora salute e funzionalità di cuore e polmoni, migliora la postura, è ‘dolce’ con le articolazioni, migliora diabete e profilo lipidico, allevia ansia e depressione, previene disturbi cognitivi legati all’età, rinforza il sistema immunitario. Alcuni medici hanno iniziato a prescriverlo come attività coadiuvante per ragazzi con disturbi dell’apprendimento, attenzione e dislessia. Nei soggetti anziani con sintomi riconducibili al morbo di Alzheimer sono stati osservati miglioramenti su memoria e umore. Il metodo prevede sessioni di camminata scalza da 40 minuti circa su uno speciale tappeto morbido, ascoltando contemporaneamente gli audio WAL, storie su temi diversi create con criteri che stimolano l’apprendimento e attivano particolari zone celebrali. 
Fonte: Askanews.it

Leggi

Mentre impazza la polemica sugli studi scientifici che si contraddicono l’un l’altro e la ricerca di ‘fake news’, nella pausa natalizia che interessa molte parti del mondo, appare, quasi in sordina, una nuova metanalisi su JAMA (Journal of the American Medical Association) che può essere presa a ‘caso di scuola’ proprio per capire come interpretare i dati delle ricerche.

La metanalisi, ossia l’analisi di più ricerche sullo stesso argomento, è stata realizzata da un gruppo di ricercatori guidati dal dottor Jia-Guo Zhao del Dipartimento di Chirurgia Ortopedica all’ospedale cinese di Tianjin. Ed ha concluso che gli anziani che assumono calcio e vitamina D hanno la stessa probabilità di subire fratture di quelli che non seguono alcun trattamento. I ricercatori hanno esaminato 33 studi che hanno preso in considerazione oltre 51mila persone con più di 50 anni, ma va specificato che si trattava di soggetti che vivevano in comunità. Dal momento che la vitamina D serve ad assorbire e ad utilizzare il calcio per mantenere le ossa in salute succede che molti anziani siano sottoposti a questa terapia ‘di default’ con dosaggi da 600 UI (Unità internazionali) prima dei 70 anni e di 800 UI dopo. Mentre dosaggi superiori a 1000 UI potrebbero presentare il rischio di effetti collaterali anche seri specialmente nella popolazione più anziana e fragile se non carente di vitamina D.
“Come sempre non bisogna fermarsi al titolo – spiega il Professor Andrea Giustina, Presidente Eletto della Società Europea di Endocrinologia ESE e Full Endocrinology Professor del San Raffaele di Milano – ma analizzare bene i dati per non rischiare di diffondere messaggi sbagliati. Innanzitutto alcune ricerche incluse nello studio non sono ‘di qualità’ e quindi alterano i risultati complessivi, oltre a differenze enormi tra dosi, tipo e frequenza di vitamina D utilizzata. Inoltre in molti casi non è indicato che si tratti proprio di colecalciferolo (il composto ideale per le finalità di protezione dello scheletro). Infine è poco consistente l’uso del calcio in associazione alla vitamina D nei vari studi”.
“Quindi se le conclusioni non sono precise possiamo invece fare tesoro del messaggio di fondo: la supplementazione dell’ormone vitamina D va prescritta quando nell’organismo ve ne sia una carenza effettiva e non come trattamento universale al di sopra di una certa età, quindi per stabilire che ve ne sia una necessità è prima opportuno dosarla prima del trattamento. Un trattamento prevede quindi una diagnosi corretta e non l’assunzione che a quell’età tutti siano carenti. E la verifica dei valori raggiunti durante la somministrazione anche per personalizzare i dosaggi. Soggetti come donne in menopausa e gli anziani con una diagnosi di osteoporosi dovrebbero ricevere un trattamento adeguato a base di farmaci come i bifosfonati e non solo la supplementazione di vitamina D”.
“Come abbiamo ribadito nel documento GIOSEG – aggiunge Giustina – è buona pratica clinica trattare lo stato di carenza di vitamina D in chi ne ha bisogno e non la popolazione generale. Per quest’ultima è necessario promuovere anche campagne di salute e prevenzione che si basino su una corretta alimentazione, una attività fisica regolare che permetta lo sviluppo di muscoli che a loro volta funzionano da stimolo per il rinnovamento dell’osso e soprattutto una quota di tempo all’aria aperta, con il 20% del corpo esposto alla luce del sole possibilmente anche in inverno nelle ore più calde della giornata. Seguire tali indicazioni invece non è generalmente sufficiente a ripristinare i valori normali di vitamina D in chi ne è carente”.

Fonte: askanews.it

Leggi

L'esperta: tutti a rischio macchie

Roma, 5 lug.
Sì alla tintarella ma senza strafare: con le vacanze alle porte e il primo sole dell’estate i rischi per la pelle e la salute sono sempre in agguato. Eritemi, eczemi e nei possono fare la loro comparsa proprio durante il periodo estivo causando fastidi e preoccupazioni. Come proteggersi allora dall’esposizione, salvaguardando anche l’abbronzatura? “La pelle va protetta dai Raggi UV – spiega la dermatologa dell’INI-Istituto Neurotraumatologico Italiano, Francesca Bruni – se chi ha la carnagione chiara rischia di più un’eritema o un’ustione e chi ha la carnagione scura rischia di meno, nessuno è immune dall’eventuale comparsa o trasformazione di nei che, sotto l’effetto dei raggi ultravioletti, possono diventare maligni”. Per evitare di andare incontro a brutte sorprese, alcuni accorgimenti possono essere adottati prima di partire. “Prima di andare in vacanza è consigliabile, se richiesto, sottoporsi all’epiluminescenza, l’unico esame strumentale che permette di vedere i nei a un forte ingrandimento e percepisce i cambiamenti molto prima di quanto si possa fare a occhio nudo – prosegue la dermatologa – . Si consiglia il periodo prima dell’estate perché la pelle non deve essere ancora abbronzata e perché in caso di rischio il neo viene tolto prima dell’esposizione solare per evitare danni. L’esame è consigliato per chi ha molti nei, per chi ha notato la comparsa di nei recenti, per chi ha nei congeniti e chi ha familiarità per il tumore della pelle. In questi ultimi casi il controllo dovrebbe essere annuale”. Ma ecco i dieci consigli dell’esperta per una corretta esposizione al sole: 1) L’esposizione al sole deve avvenire in modo graduale. Si inizia i primi giorni con un paio d’ore, per poi aumentare, giorno dopo giorno, il tempo e la quantità di sole assorbito. 2) Niente sole nelle ore centrali: da mezzogiorno alle quattro del pomeriggio le radiazioni fanno più male, per cui, per l’intera vacanza, in quegli orari, bisognerebbe evitare di prendere il sole. Non si deve rinunciare al mare ma bisogna prediligere l’ombra. 3) Protezione in anticipo: la protezione va applicata mezz’ora prima dell’esposizione al sole. 4) Si parte con la 50: tutti devono iniziare con la protezione 50, poi chi ha la carnagione scura può diminuire fino a 30, chi è più chiaro deve continuare con la 50. 5) Crema ogni due ore: è importante che tutta la superficie corporea sia protetta e, soprattutto, che la crema solare venga applicata ogni due ore, perché tra salsedine, sabbia e sudore si perde l’efficacia. 6) Cerotti per i nei: se notiamo un neo che non ci piace, che ha cambiato forma o dimensione, possiamo coprirlo anche con un cerotto. Ma solo se si tratta di un neo sospetto particolarmente allarmante. 7) Cappello e occhiali: proteggere sempre il viso con un cappello e gli occhi con gli occhiali da sole. 8) Integratori: per chi vuole proteggersi senza rinunciare all’abbronzatura sono consigliabili gli integratori solari che vanno a potenziare l’effetto dei cibi rossi e arancioni a base di betacarotene. Si protegge la pelle da ertiemi ed eczemi e si acquista colorito. 9) Acqua e doposole: nelle giornate molto assolate se ci si espone molto al sole si raccomanda di bere tanta acqua e idratare molto la pelle. Sole e abbronzatura sono fonte di disidratazione. 10) Per chi ha problemi di macchie sul viso in farmacia sono disponibili fondotinta compatti a protezione 50+, da applicare prima di esporsi al sole.

Fonte: askanews.it

Leggi

L'aritmia più diffusa in occidente: Rischi spesso sottovalutati

Roma, 22 mag. (askanews)
La fibrillazione atriale, l’aritmia più diffusa in occidente, colpisce circa un milione di italiani ed i numeri aumentano fino al 4% dell’intera popolazione con età superiore ai 65 anni, con rischi sempre più frequenti di incorrere in ictus cardioembolico. La connessione tra fibrillazione atriale e ictus tromboembolico è spesso sottovalutata, ma costituisce un rischio da 4 a 9 volte maggiore per i pazienti affetti da fibrillazione atriale.

Nel 20% dei casi, l’ictus, si rivela fatale, mentre nel 60% dei casi è causa di disabilità. Gli oltre 60.000 nuovi casi l’anno hanno destato preoccupazione e attenzione nella comunità scientifica e lo studio di nuove strade terapeutiche e preventive ha portato alla sperimentazione di nuovi farmaci anticoagulanti e di dispositivi medici all’avanguardia. Dunque, incoraggiare la prevenzione e la diagnosi precoce della fibrillazione atriale e sostenere la realizzazione di percorsi terapeutici e di pratiche sanitarie ottimali, sono gli obiettivi dell’ Associazione Giuseppe Dossetti: i Valori – Tutela e Sviluppo dei Diritti Onlus, http://www.dossetti.it/. Se ne è discusso questa mattina al convegno “Il cuore «matto» di un milione di anziani over 65” presso la Camera dei Deputati.

Così, l’Associazione Dossetti si impegna a ripresentare, nel corso della corrente legislatura, la Proposta di Legge, per cui si batte da Marzo 2015, «Disposizioni in materia di malattie cardio-cerebrovascolari e per la prevenzione e la cura dell’ictus cerebrale ischemico» al fine di garantire la diminuzione di casi individuali e ridurre le complicanze dell’aritmia nel lungo periodo.

(Fonte: askanews.it)

Leggi

Apportano fibre, ma anche tanti zuccheri. Troppi, secondo gli studiosi australiani dell’Università di Perth: i succhi di frutta potrebbero fare più male che bene, soprattutto se si esagera con le quantità, per quanto riguarda l’insorgenza di tumori. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of American Dietetic Association: a causa dell’elevato contenuto di zuccheri presente in queste bevande, affermano i ricercatori, il consumo potrebbe aumentare l’incidenza di alcuni tumori e, in particolare, di quello al retto, la parte finale dell’intestino. Più di duemila - per l’esattezza 2200 - gli adulti arruolati nello studio a cui è stato fatto compilare un questionario dettagliato sulle abitudini alimentari. Due anni dopo i ricercatori hanno riesaminato lo stato di salute dei partecipanti riscontrando l’insorgenza di diversi casi di cancro: e dopo aver incrociato i dati hanno decretato che il rischio maggiore di sviluppo del cancro al retto è per chi beve tre o più bicchieri di succo di frutta al giorno. La responsabilità risiederebbe nel processo di lavorazione dei succhi di frutta: molti componenti della frutta fresca che proteggono dal cancro intestinale - come fibre, vitamina C e diversi antiossidanti - vanno infatti persi durante la produzione, e l’aggiunta degli zuccheri fa poi il resto. Mangiare mele, cavoli, cavolfiori o broccoli quotidianamente preverrebbe, invece, l’insorgenza delle neoplasie. (Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

Leggi